Le startup si muovono. Vanno dove trovano talenti, investimenti e mercato. L'Italia non manca dei primi, ma ha qualche difficoltà nelle altre due voci. In alcuni casi, un mercato domestico può essere un ambiente confortevole. In altri un limite. Il vero punto debole, però, sta negli investimenti. 
 
Negli ultimi sei mesi, le società innovative italiane hanno ricevuto 72 milioni di finanziamenti. Nel Regno Unito (che rappresenta il Paese più ricco) la cifra è già arrivata a 2,4 miliardi. Nel panorama dei venture capital, l'Italia è un attore marginale. Preceduto non solo dai giganti di Silicon Valley, New York e Gran Bretagna, ma anche dalla crescita di Germania e Francia.
 
Il sistema Italia
L'ambiente delle startup italiane è ancora giovane. E le aziende iscritte nel registro delle imprese innovative crescono di mese in mese.
Resta però un ambiente chiuso e meno attrattivo rispetto ad altri hub europei. Lo dimostrano alcuni dati dello European Startup Monitor.

Il 97,8% delle startup con sede in Italia è fondato da italiani e ha il 92% dei dipendenti italiani. Negli altri Paesi, invece, un assunto su tre è straniero. Chi ha idee, sguardo internazionale e bisogno di risorse, quindi, guarda anche oltreconfine.
Non è solo una questione di capitali. C'è da valutare il marcato. In alcuni casi il business può funzionare meglio se osservato da vicino. È chiaro, ad esempio, che in questo momento una startup collegata al mondo finanziario avrebbe grandi opportunità a Londra.
 
In cerca dell'ecosistema migliore
Un singolo fattore non è decisivo. Serve un ecosistema, un ambiente creato per far crescere le startup, integrando attori e servizi differenti. Un ecosistema deve avere capitali, una rete di venture capital disposti a investire, infrastrutture fisiche e tecnologiche, strutture (come incubatori e acceleratori) che sostengano le giovani imprese. E poi serve la mano del governo, che concede condizioni di favore e sconti fiscali pur di attrarre talenti e imprese. Anche questo, in un certo senso, è un investimento (pubblico): il Fisco diventa più leggero per scommettere su un gettito futuro maggiore.
È quello che ha fatto il Regno Unito negli ultimi anni. Il governo ha puntato sul fintech, il settore che sposa finanza e tecnologia. Cameron e il cancelliere dello Scacchiere George Osborne hanno varato una serie di incentivi (dall’Enterprise Investment Scheme al Seed Enterprise Investment Scheme, fino al tax credit sulla ricerca e sviluppo). Risultato: gli investimenti fintech in Gran Bretagna tra il 2010 e il 2015 hanno toccato i 5,4 miliardi di dollari. Più del resto d'Europa messo insieme, che si ferma a 4,4 miliardi (fonte: LTP).
Lo squilibrio con l'Italia è netto. L'entità degli investimenti non arriva, però, solo grazie dalle tasche gonfie dei venture capital, ma anche dalla capacità di attrarli.
 
Che cosa cambia con la Brexit
In un ecosistema dove, oltre ai capitali, le norme hanno un peso decisivo, la Brexit avrà di certo i suoi effetti. Perché il panorama transitorio nel quale si trova il Regno Unito potrebbe rappresentare “una minaccia” (fonte: PWC)  Più che l'uscita dall'UE, le cui conseguenze sono ancora da definire in base agli accordi da siglare nei prossimi mesi, il problema è l'incertezza. Le startup che hanno già scelto di emigrare, potrebbero non avere ripercussioni massicce. Londra, almeno per il momento, resterà un polo attrattivo, soprattutto nel fintech. Sia perché il vantaggio acquisito nei confronti degli altri hub è ancora notevole, sia perché la transizione non si annuncia breve.
Ma cosa succederà alle startup che volessero lasciare l'Italia da adesso in poi? Presto per dirlo. Difficile, comunque, che cambino idea e decidano di restare. Le opportunità della City dovranno però essere soppesate con l'incertezza di un avvenire nebuloso. Nel panorama UE, potrebbero avvantaggiarsene alcuni ecosistemi del continente, primo tra tutti Berlino.