Le start up danno idee innovative e sviluppano progetti spesso mai presi in considerazione prima. Ma non solo: lanciano la sfida della “digital disruption” alle grandi aziende, mostrano loro la via di nuovi modelli di organizzazione digitale, ostentano agilità e continuo adattamento al mercato. Per fare tutto questo senza grandi disponibilità economiche, si appoggiano sulla grammatica e sulla logica della rivoluzione digitale, che non significa soltanto modificare le conoscenze IT. È una rivoluzione nel modo di pensare e di comportarsi, è l’approccio “digital-first”.


 
Ancor prima della tecnologia, le persone
Sono i dipendenti delle aziende, non importa se grandi gruppi o pmi, i primi abilitatori digitali. Ma serve che il contesto sia pronto ad accogliere le loro proposte e le loro idee. È quanto emerge da uno studio di VMware, società americana di produzione di software del colosso dell’IT EMC. Sono molti i dipendenti interessati ad apprendere competenze digitali per incrementare la propria produttività anche nel proprio tempo libero: quasi due terzi in Europa e il 75% degli italiani intervistati. C’è però bisogno del supporto dell’area IT dell’azienda, secondo gli intervistati: il 40% di chi lavora in Europa e nell’Area del Mediterraneo pensa di non poter sfruttare al massimo le proprie conoscenze digitali perché manca il sostegno dell’IT. Infine, nota il report, serve un cambio di marcia anche a livello culturale: solo il 50% degli intervistati crede che i dirigenti incoraggino l’utilizzo di nuovi metodi e nuovi percorsi nella propria organizzazione. Ancora troppo poco.
 
L’esempio dei grandi Gruppi
Ormai essere digitale non è più un’opzione ma un dovere. Tra i primi ad averlo capito troviamo i vertici di Intesa Sanpaolo, che hanno avviato una strategia per supportare la digital transformation delle aziende tricolori ed europee: investimenti nel capitale di rischio e costituzione dell’Innovation Center a Londra, che permette di esportare le eccellenze hi-tech del nostro Paese.
Sempre nel panorama bancario troviamo BPM, che ha deciso di creare una “webank” nella quale ha inserito mondo analogico e mondo digitale, cambiando la cultura e il volto dell’approccio organizzativo.
Anche chi si occupa di un business classico come General Electric vuole reinventarsi: dal manifatturiero, dove manterrà comunque il proprio core business, intende spostarsi verso la produzione di software, che per il momento vale soltanto 6 miliardi di dollari sul totale di un fatturato complessivo di 150 miliardi.

Spostandoci nel settore energetico, un altro gruppo molto attivo è Enel, che ha spostato 20mila server sul cloud in poco più di 12 mesi. I servizi sono diventati fondamentali e con essi anche la connettività. Con le tecnologie messe a disposizione dei dipendenti c’è poi l’attenzione che sempre più aziende dedicano allo smartworking: Enel ha avviato programmi da anni, ma è in buona compagnia con Vodafone, Barilla, Adecco, 3, Ericsson, Nestlé, Nokia, Philips, Sanofi, Telecom. La rivoluzione è appena iniziata.