L'Europa vuole abbattere i muri tra i Paesi membri. In questo caso si tratta di barriere digitali. La Commissione ha proposto un pacchetto di norme per spingere l'e-commerce. La misura più attesa riguarda la rimozione del geoblocking.
 
Che cos'è il geoblocking

 
Il geoblocking, o blocco geografico, è la presenza di barriere commerciali che vincolano le vendita online e, di conseguenza, limita la circolazione delle merci. Chi vende può decidere in quali Stati consegnare, anche in base ai costi da sostenere. Ma non può discriminare gli utenti (tramite maggiorazione dei costi) in base alla loro nazionalità.
La proposta, quindi, non obbliga le imprese a vendere su tutto il territorio Ue. L'obiettivo è un altro: fare chiarezza giuridica e avere maggiore trasparenza in modo da non scaricare sugli acquirenti spese ingiustificate, sproporzionate rispetto ai costi effettivi di consegna.
 
Secondo stime della commissione, la pratica del geoblocking è stata messa in pratica dal 37% dei siti dell'area Ue. Una dato che si riflette sull'esperienza di acquisto. Il 68% dei reclami transfrontalieri nel 2015 ha riguardato proprio e-commerce. Nel 18% dei casi si è trattato di mancata consegna; nel 10% a prodotti difettosi (e in questo caso la Commissione continuerà a non poterci fare nulla). Ma la nuova normativa si rivolge alle altre falle dell'e-commerce europeo: il 15% dei reclami è legato a contratti poco chiari; il 5% a pratiche commerciali scorrette e un altro 5% a un aumento del prezzo ingiustificato.
 
Che cosa cambia?
La nuova norma vieta il geoblocking per l'acquisto compiuto all'estero di abiti (il comparto di maggiore successo online), e-book e prodotti di elettronica con consegna oltrefrontiera. Niente costi aggiuntivi se i servizi forniti sono in cloud e hosting (che poco o nulla hanno a che fare con la geografia). Il geoclocking sarà rimosso anche per gli acquisti online di un bene di cui si beneficerà sul posto (è il caso di hotel o auto a noleggio). Nel tentativo di limitare ogni aggiramento della norma, la Commissione invita i fornitori a offrire il maggior numero di possibile di modalità di pagamento, in modo tale da consentire all'utente la scelta più conveniente.
Le nuove regole, prima di essere applicate, dovranno percorrere il solito iter: la proposta sarà discussa con il Consiglio, dovrà essere approvata dal Parlamento europeo e, infine, ratificata dai parlamenti nazionali. L'applicazione, quindi, non sarà immediata. Ma segna comunque una maggiore attenzione dell'Europa nei confronti del commercio digitale e delle sue specificità. Il principio di non discriminazione nel mercato unico, infatti, esiste già. Ma si è reso necessario un nuovo e più mirato intervento dedicato all'e-commerce.
 
Le potenzialità dell'e-commerce europeo
Il motivo di questa attenzione è chiaro: la Commissione vuole rimuovere i freni all'e-commerce continentale (a partire dal geoblocking) per tutelare imprese, utenti e rilanciare i consumi. In un'economia che soffre ancora la penuria di domanda, i dati sull'e-commerce sono tra i pochi a segnare un solido trend positivo. Secondo le ultime statistiche di Eurostat, nel 2015 il 65% degli utenti web europei ha fatto almeno un acquisto online. La percentuale sale al 68% nella fasce 16-24 (segno di un futuro promettente) e 25-54 (conferma che si tratta di una pratica consolidata non solo tra i giovanissimi).
Guardando al totale della popolazione, più di cittadino europeo su due (il 53%) ha acquistato online nell'arco del 2015. Restano però ampie discrepanze tra i Paesi membri. In alcuni (come Danimarca, Germania, Lussemburgo, Olanda, Finlandia, Svezia Regno Unito e Norvegia) la percentuale supera il 70%. L'Italia è molto indietro: ha acquistato online sono un italiano su quattro. Con Bulgaria e Cipro è uno dei tre Stati che non arrivano al 30%.
Le barriere, in questo caso, non sono solo geografiche ma anche infrastrutturali e legate alle abitudini di consumo. Ma le potenzialità dell'e-commerce indicano una strada obbligata: il futuro degli acquisti è un mercato unico digitale.