L’immagine del futuro è un cerchio. Anzi, un circolo. Le aziende devono entrare nell’ottica del riutilizzo e del riciclaggio dei materiali per evitare che le risorse naturali finiscano prima del tempo. L’economia circolare è l’unica soluzione, ma serve un cambio di mentalità epocale: le compagnie devono sforzarsi di utilizzare il più possibile le materie prime per il proprio business, in modo da aiutare comunità e governi. Lo afferma Andy Ridley, CEO di Circle Economy, un gruppo di ricercatori che lavora per sensibilizzare le società sulla sostenibilità e su un nuovo concetto di economia. Non importa che tu sia una grande multinazionale o una piccola impresa, la fluttuazione dei prezzi delle risorse naturali ti colpirà comunque se non ci si muove per cambiare le cose.

 
Un risparmio per tutti
La Commissione Europea ha lanciato alla fine dell’anno scorso un nuovo pacchetto per l’economia circolare, più ambizioso del precedente, che punta ad aumentare il riciclaggio e a irrigidire le normative sugli inceneritori e sullo smaltimento nelle discariche. Anche la Cina ha sposato questa filosofia e l’ha applicata ai propri obiettivi di ridisegno del comparto energetico, includendo un tetto alle emissioni di carbone entro il 2030.
Ma non ci sono solo i governi: un crescente numero di multinazionali sta sperimentando i benefici dell’economia circolare, ha spiegato Ridley. Tra le prime ad essersi unite al club troviamo i gruppi bancari ABN Amro e Rabobank, la compagnia chimica AkzoNobel, il fondo pensione olandese PGGM e il colosso dell’elettronica Philips. Partecipazioni non casuali, se è vero quello che sostiene la Fondazione Ellen MacArthur in un recente studio: adottare i principi della sostenibilità in Europa potrebbe permettere di risparmiare fino a 1.800 miliardi di dollari da qui al 2030 e dimezzare le emissioni di anidride carbonica.
 
Dalle auto al settore tessile
Il concetto base non è soltanto riciclare, ma mantenere i materiali e i prodotti al loro miglior livello di funzionamento sul lungo periodo, oltre a reintrodurre ciò che non serve più nella filiera, come gli strumenti non funzionanti o il packaging. Ciò significa ripensare i metodi di produzione e il processo manifatturiero.
 
Potenzialmente, il settore automotive è uno dei più interessati a questa rivoluzione e gruppi come Renault stanno sperimentando l’utilizzo di materiali riciclati come l’alluminio nelle loro fabbriche. E a proposito di fabbriche, quella di Choisy-le-Roi vicino Parigi è un fiore all’occhiello del gruppo francese: è alimentata con l’80% di energia e l’88% di acqua in meno di quelle tradizionali e ha tagliato la produzione di rifiuti del 77%. Le componenti manifatturiere che vengono lavorato sono poi vendute dal 50% al 70% in meno del prezzo originale, ma generano ricavi per 270 milioni di dollari ogni anno.
 
Anche il settore delle costruzioni può beneficiare molto dall’approccio circolare: la produzione di cemento cresce del 2,5% ogni anno a livello mondiale e ciò significa che potremmo produrre circa 4 miliardi di tonnellate di calcestruzzo entro il 2050. Una questione seria, dal momento che la produzione di cemento è responsabile del 5-10% di emissioni globali di Co2. Un altro comparto sotto osservazione è il tessile, in quanto è la seconda industria più inquinante del mondo dopo quella petrolifera: servono svariati litri di acqua per una t-shirt, un sistema semplicemente insostenibile. E sembra proprio arrivato il momento di invertire la tendenza.