Tra poco più di trent’anni il mondo avrà 1,5 miliardi di bocche in più da sfamare. Una prospettiva scoraggiante per il settore agricolo, già alle prese con gli effetti dei cambiamenti climatici. Ma gli agricoltori di tutto il mondo potrebbero essere presto i protagonisti di una nuova rivoluzione verde. E tutto dipenderà dalle tecnologie usate.

La popolazione mondiale aumenta, e anche la temperatura
A febbraio 2016, la popolazione mondiale si aggira intorno ai 7,5 miliardi. Anche se il tasso di crescita sta rallentando, entro il 2050 sulla Terra saremo circa 9 miliardi. La domanda di cibo non solo crescerà in quantità, ma diventerà sempre più “pesante” da sostenere: con la classe media che avanza anche nei Paesi emergenti, il consumo di carne e materie prime animali aumenterà, e contemporaneamente sarà necessario espandere gli allevamenti di bestiame. Con conseguenze devastanti per l’ambiente.
 
A rendere ancora più fosco il panorama è il cambiamento climatico in atto. Come ha fatto notare l’agenzia ambientale del governo americano, le temperature più calde permettono alle piante di crescere più rapidamente, riducendo però il tempo in cui i semi crescono e maturano. Tutto questo porta ad avere rendimenti minori. Che significa anche essere costretti ad avere raccolti più estesi per foraggiare allevamenti sempre più grandi.

Le tecnologie potranno salvare l’industria alimentare
Che fare? Il settore alimentare ha bisogno di un drastico cambiamento. Uno dei modi con cui gli agricoltori hanno risposto ai cambiamenti in corso è stata la diversificazione delle coltivazioni e degli animali allevati, in modo da adattarli alle condizioni climatiche mutate. Ma questa può essere solo una parte della soluzione. Saranno le tecnologie ad avere un ruolo chiave in questa nuova rivoluzione verde.
A partire dal settore dei fertilizzanti. I ricercatori, ad esempio, stanno studiando fertilizzanti a rilascio graduale, anche in condizioni di umidità. Grossi passi in avanti sono stati fatti anche nella produzione di biostimolanti organici, che favoriscono la crescita di piante sane e resistenti.
 
Non solo.
La nuova frontiera si chiama “agricoltura di precisione”, che prevede l’introduzione di tecnologie che permettono all’agricoltore di gestire l’azienda massimizzando il ritorno (anche in condizioni non ottimali) dai terreni tramite l’impiego “preciso” della corretta quantità e qualità delle risorse a disposizione. I sensori piazzati nei campi, ad esempio, danno informazioni in tempo reale sullo stato di salute delle colture, consentendo ai produttori di applicare acqua e fertilizzanti al momento giusto. Esistono anche software in grado di fornire una dettagliata analisi di suolo, piante e parassiti. In soccorso degli agricoltori arriva pure una nuova generazione di robot agricoli, detti agbots, in grado di automatizzare molti dei lavori agricoli, dall’aratura alla raccolta della frutta. E tramite l’aiuto del Gps, è possibile monitorare a distanza il lavoro delle macchine nei campi.
Tutto questo va non solo a beneficio dei guadagni dell’impresa, ma anche dell’intero ecosistema. Tramite l’uso preciso delle risorse, gli sprechi nella produzione vengono ridotti. E non parliamo di poche briciole: secondo la Banca mondiale, la quantità di cibo commestibile perso a causa di una cattiva gestione delle colture, stoccaggio, lavorazione e trasporto ammonta a 750 miliardi di dollari all’anno, più del Prodotto interno lordo della Svizzera.

Il ruolo dell'Italia nel settore
Esempi di applicazioni di queste tecnologie esistono anche in Italia. Tra Piacenza, Parma e Cremona, ad esempio, già nel 2012 sono partiti i primi esperimenti di agricoltura di precisione sulla coltivazione del pomodoro. Il risultato è che gli agricoltori hanno risparmiato sui concimi utilizzati, spendendo di meno e proteggendo di più l’ambiente. È italiano anche uno dei sistemi più avanzati usati in questo ambito: l’Agricolus. Che consente, con l’aiuto di un software complesso, di stabilire il pesticida più adatto per ogni coltivazione, in modo da migliorare la qualità dei prodotti, ottimizzare la produzione e i costi, e ridurre l’impatto sui terreni.
Dall’ingegno umano, ancora una volta, dipenderà la prossima green revolution. E anche il futuro dell’industria alimentare globale.