Quello appena trascorso è stato un anno d'oro per il Tesoro italiano. A ottobre lo Stato ha già collocato il 90% dei 415 miliardi di titoli necessari a coprire il fabbisogno nazionale.

 
Segno di una domanda solida e di rendimenti ai minimi storici. Il tasso medio per tutti i titoli è sceso fino a sfiorare la soglia dello 0,70%. Mentre i BTP decennali hanno garantito il 2,07% medio e l'1,82% nell'asta di ottobre.
 
Il vero affare lo ha fatto chi ha investito in BTP a lungo termine all'inizio della crisi. Gli investitori che non si sono fatti intimorire dallo spauracchio spread hanno goduto di una situazione politica più stabile e, soprattutto, dell'intervento della Banca centrale europea. Risultato: secondo la società Lupotto&Partners, il rendimento netto sarebbe stato del 70%.
 
Dalla ripresa all'inflazione
Il ciclo ribassista pare essersi esaurito. Ma il 2016 non sarà l'anno della rivoluzione. Il governo italiano stima un rendimento medio dei BTP a 10 anni in rialzo. Tuttavia si tratta di un ritocco contenuto: 2,41%, lo 0,34% in più rispetto a quello di quest'anno.
 
Il ritocco del rendimento medio deve essere letto anche alla luce di un altro elemento: la ripresa. Forse non ci sarà un balzo, ma le stime del governo puntano a un progresso del PIL pari all'1,6% e a un sussulto dell'inflazione, che si avvicinerebbe all'1% (a fronte di un caro prezzi azzerato nel 2015). In sostanza, i rendimenti dei BTP dovrebbero crescere meno dell'inflazione. Per un ritorno in linea con quello attuale.
                
Le mosse di Draghi
Le ragioni che portano a ipotizzare rendimenti ancora contenuti sono diverse. Il nodo Grecia e gli squilibri della zona euro non sono svaniti nel nulla. Ma non si intravedono attacchi speculativi diretti verso l'Italia. Il Quantitative Easing ha contribuito a stabilizzare il mercato obbligazionario europeo, con lo spread tra BTP e Bund decennali poco oltre i 100 punti.  
 
L'effetto-Draghi continuerà a pesare in modo decisivo. Il presidente della BCE ha confermato il tetto dei 60 miliardi di titoli acquistabili al mese. Ma ha anche alzato la quota dal 25% al 33%. Una scelta chiara, che indica una quantità di BTP crescente nelle casse della Banca centrale europea e, di conseguenza, una fetta minore nelle mani dei risparmiatori.
 
Non solo: Draghi ha già dimostrato di guardare alle mosse della FED con relativo interesse. Con tutta probabilità, la banca centrale Usa, forte di una ripresa americana più solida di quella europea, nel 2016 alzerà i tassi. Una mossa che Francoforte non sembra voler seguire. Le parole di Mario Draghi insistono sulle politiche espansive. Sono passati più di tre anni da quando l'ex governatore di Bankitalia inaugurò il suo interventismo con lo storico “Whatever it takes” (“Qualsiasi cosa” per salvare l'Europa) e quella strada non è ancora stata abbandonata. A settembre, infatti, Draghi non ha escluso un prolungamento del QE oltre settembre 2016.