Stati Uniti promossi, Russia rimandata. Volgendo lo sguardo fuori dell'Unione europea, si alternano segni di crescita persistente (a ovest) e qualche scricchiolio (a est).   
 
Stati Uniti sempre più stabili
L'economia americana continua a marciare. Nell'ultimo trimestre del 2014, il Prodotto interno lordo è cresciuto del 2,2%. Il ritmo è più lento rispetto a quello del secondo e del terzo trimestre. Da aprile a giugno 2014, la crescita era stata del 5%; da luglio a settembre del 4,6%. Il dato dell'ultimo quarto è stato inferiore alla attese (le stime avevano previsto un +2,6%). Ma si tratta comunque di una correzione al ribasso più tenue rispetto a quella temuta da molti analisti USA, che avevano ipotizzato una frenata fino al 2%.
 
E così, mentre l'Europa si aggrappa ai decimali, gli Stati Uniti hanno chiuso il 2014 con un'espansione del 2,4%. Qualcosa di più di una performance estemporanea. Ma a dare fiducia, più che i dati sul PIL, sono quelli sull'occupazione. Nel quarto trimestre, l'Employment Cost Index (ECI), l'indice che misura l'aumento dei salari, ha registrato un incremento di 2,3 punti percentuali.
 
Se, con lo scorrere del 2014, l'avanzata del PIL si è affievolita, l'ECI ha chiuso l'anno con un progresso superiore rispetto al primo trimestre, quando si era fermato all'1,7%. Tenendo conto di un'inflazione intorno all'1,5%, l'aumento reale dei salari non autorizza ancora a gioire. Ma, accanto al tasso di disoccupazione sceso ai minimi dal 2008, è pur sempre un segnale incoraggiante: è la conferma che la solidità si sta trasferendo dai dati macroeconomici al mercato del lavoro e, di conseguenza, alla domanda interna.
 
L'altra conferma arriva dalla Federal Reserve (Fed) che, dopo nove anni, ha aperto al rialzo dei tassi. Non lo ha fatto con una dichiarazione esplicita, ma giocando sulle sfumature lessicali. Nei comunicati ufficiali, la Banca Centrale Americana si era sempre definita “paziente” sul rialzo dei tassi. Dopo mesi quel termine è sparito. È l’indizio che ravvicina (forse a giugno) il ritocco del costo del denaro: un altro segnale di fiducia.
 
Russia a livello junk
Se gli Stati Uniti sorridono, c'è un'altra potenza che vacilla: la Russia ha subito il downgrade da parte dell'agenzia di rating Standard & Poors, che ha abbassato il merito creditizio a lungo termine da BBB- a BB+. Un passo indietro importante, perché segna il passaggio dall'investment grade al livello speculativo.
 
In altre parole, i bond emessi da Mosca sono a livello junk, cioè spazzatura. Con un outlook negativo, la sostenibilità del debito potrebbe ulteriormente deteriorarsi. Sulla valutazione dell'agenzia di rating americana hanno pesato i dubbi sulle prospettive di crescita. Le riserve, attualmente valutate al 14% del PIL, continuano a diminuire, il credito resta bloccato, l'inflazione nel 2015 dovrebbe superare il 10% e ildeprezzamento del rublo erode i ricavi e deprime i consumi. Pesano anche le quotazioni del petrolio e la guerra in Ucraina.
 
Gli scambi con l'Italia
Le performance di Russia e Usa influenzano anche la bilancia commerciale italiana. Complici embargo e tensioni politiche, a febbraio 2015 il calo delle esportazioni verso Mosca è stato severo: -28,5%. Il saldo dell'export italiano verso i Paesi extra-UE, secondo l'Istat, resta comunque positivo+4,5%. A trainare il dato sono proprio gli Stati Uniti, con un balzo del 49,3%.
 
Con il deprezzamento dell'euro, se gli USA dovessero confermare (come pare) i progressi fatti, arriverà un sostegno importante anche alla ripresa italiana.