È probabile che un investimento con un rendimento elevato sia anche molto rischioso? A questa domanda risponde correttamente solo il 73% degli italiani, contro l’83% della media Ocse. L’alfabetizzazione economico-finanziaria continua a essere il tallone d’Achille del nostro Paese. Un’indagine di Standard & Poor’s rivela come l’Italia sia fanalino di coda tra i Paesi avanzati, con quasi due italiani su tre non siano in grado di dare la risposta corretta a quesiti elementari sui temi economico-finanziari. Il nostro Paese si conferma ultimo, tra le economie del G7, in termini di alfabetizzazione finanziaria. E i nostri studenti si posizionano al penultimo posto in uno studio dell’Ocse tra 18 Paesi. 
Una questione non di poco conto, se si considera che le famiglie italiane investono in attività finanziarie 4.200 miliardi. Non spiccioli, insomma. E poiché il 20% (dati Consob) degli italiani afferma di non avere familiarità con i prodotti finanziari, i rischi delle soluzioni “fai da te”, o addirittura di finire nelle mani sbagliate, sono dietro l’angolo.
 

Negli ultimi anni, qualcosa è stato fatto, ma non è ancora abbastanza. Con un emendamento al decreto “Salva Risparmio” del 2017, che ha stanziato 1 milione di euro, è stato istituito il Comitato per la programmazione e il coordinamento delle attività di educazione finanziaria, diretto dall’economista Annamaria Lusardi, più dieci membri nominati da Ministero del Tesoro, Ministero dell’Istruzione, Ministero dello Sviluppo Economico, Ministero del Lavoro, Bankitalia, Consob, Ivass, Covip, Ocf e Consiglio nazionale dei consumatori e degli utenti. L’obiettivo è quello di «programmare e promuovere iniziative di sensibilizzazione ed educazione finanziaria per migliorare in modo misurabile le competenze dei cittadini italiani in materia di risparmio, investimenti, previdenza, assicurazione».
 

Ad oggi, l’offerta di alfabetizzazione in campo finanziario in Italia sta crescendo, ma resta ancora frammentaria. Ci sono oltre 250 di soggetti che se ne occupano e altrettante iniziative, ma si tratta di esperienze legate a singoli soggetti. Iniziative sperimentali e non strutturali, che sono quelle di cui invece avremmo bisogno. A partire proprio dall’introduzione dell’educazione finanziaria nei programmi scolastici, alla pari di materie come la matematica, l’italiano o l’inglese. È dal 2005 che l’Ocse raccomanda quanto la scuola debba rappresentare un canale privilegiato per l’educazione finanziaria. Questo per i futuri risparmiatori. Ma bisogna anche pensare a chi è già adulto, con iniziative che tutelino e guidino le scelte di investimento.
 

Anche perché, come spiega proprio un articolo scritto da Lusardi, insieme a Pierre-Carl Michaud e Olivia S. Mitchell, pubblicato sul Journal of Political Economy, il 30-40% della disuguaglianza in termini di ricchezza accumulata nel corso della vita può essere spiegata dalle differenze nella conoscenza finanziaria. L’eliminazione delle disuguaglianze passano anche dall’ora di educazione finanziaria a scuola. Perché non introdurla?


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