È iniziata l'era di Donald Trump. Il 20 gennaio, è entrato nella Casa Bianca con il discorso d'insediamento più breve della storia americana: appena 8 minuti. Non si può dire che sia stato un manifesto programmatico, ma le parole di Trump (“America first”, gli Stati Uniti per primi) hanno rimarcato alcuni aspetti del suo credo economico. Qui riassunto in 5 punti chiave.


Barriere commerciali

“America first” si è tradotto, già durante la campagna elettorale, in una marcata volontà di chiusura. Donald Trump ha posto il veto sul Ttip, l'accordo di libero scambio tra Europa e Stati Uniti. Le ripercussioni di questa scelta sono, al momento, nulle. L'accordo sul Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti è naufragato ben prima che il nuovo presidente s'insediasse. Diverso è il discorso per l'Accordo nordamericano per il libero scambio (Nafta), che coinvolge Stati Uniti, Messico e Canada. La volontà di erigere un muro anti-immigrazione lungo il confine meridionale ha già inasprito i rapporti con i Paesi vicini. Guardando a Nord, non è escluso che alcune aziende con centri produttivi in Canada possano valicare il confine.

 
Cina

La presidenza non è certo iniziata all'insegna della distensione con Pechino. Ecco cosa ha detto su Twitter a dicembre:

“La Cina ci ha forse chiesto se fosse ok svalutare la loro moneta (rendendo difficile per le nostre imprese competere), tassare pesantemente i nostri prodotti nel loro Paese (gli Usa non tassano i suoi) o costruire un grande complesso militare nel mezzo del Mar cinese meridionale? Non credo!”.

Un attacco frontale a concorrenza sleale e spese in armamenti. Non ha contribuito un'altra scelta: una delle prime telefonate ufficiali del presidente eletto è stata rivolta a Taiwan e non a Pechino, che nei decenni scorsi è stato l'unico interlocutore di Washington. La Cina non ha gradito. Non è detto che le dichiarazioni elettorali si trasformeranno in realtà, ma Trump ha promesso l'instaurazione di pesanti dazi (del 45%) sui beni importati dalla Cina. Un provvedimento che, visto il peso del gigante asiatico, rischia di avere ripercussioni ben più ampie rispetto alle barriere commerciali con Messico e Canada.   
 

Imprese e capitali

L'obiettivo è duplice. Far rientrare, con le buone o con le cattive maniere, la produzione delle multinazionali americane entro i confini Usa e aprire le braccia al ritorno dei capitali custoditi all'estero. Per quanto riguarda il primo punto, è troppo presto per valutare l'impatto di politiche ancora da costruire. Ci sono però alcuni segnali: Apple e il suo fornitore taiwanese Foxconn stanno studiando la possibilità di trasferire parte della produzione negli Stati Uniti. Guardando invece ai capitali, Trump ha promesso di tassare i capitali detenuti all'estero al 10%. Un incentivo al rientro, visto che oggi quelle somme sarebbero tassate con la stessa aliquota che pagherebbero negli Stati Uniti.
 

Petrolio vs. Green Energy

Il neo-presidente ha affermato più volte che il riscaldamento globale sarebbe una menzogna, “creata da e per la Cina con l'obiettivo di fiaccare la concorrenza delle imprese americane”. Non nasconde la possibilità di eludere gli accordi sul clima di Parigi. E ha un piano energetico basato sulle fonti fossili. In questa chiave va letta anche la distensione nei confronti della Russia e la nomina di Rex Tillerson, presidente di Exxon Mobil, a segretario di Stato (cioè sulla poltrona di chi dovrà tessere le relazioni internazionali).

 
Tasse

Nel suo discorso d'insediamento, Trump ha promesso di fermare “la carneficina americana”. Un messaggio rivolto alla classe media. È la colorita traduzione di un provvedimento su cui l'allora candidato repubblicano ha puntato molto: il taglio delle tasse per la classe media e per le imprese. L'aliquota massima sui profitti dovrebbe scendere dal 35% al 15%