Il referendum sulla riforma costituzionale è ormai alle porte. Il 4 dicembre gli italiani sono chiamati alle urne per dire “sì” o “no” al testo della legge costituzionale che prevede “il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del Cnel e la revisione del Titolo V della Costituzione”.
 
 La campagna elettorale è stata una delle più accese, essendosi trasformata anche in un voto a favore o contro il governo di Matteo Renzi. Si sono schierati giornali (anche stranieri), vip e politici. Mesi fa il presidente del Consiglio disse che in caso di vittoria del “no” si sarebbe fatto da parte, anche se successivamente ha fatto una parziale retromarcia. E molti investitori vedono ormai il referendum come una conferma o meno della volontà di proseguire con il processo di riforme portato avanti da Renzi, rendendo nervosi i mercati davanti all’ipotesi di un periodo di instabilità politica.
 
Ma quali potrebbero essere le ripercussioni economiche del risultato referendario? Ecco qualche parola chiave.

Incertezza e instabilità
Se dal referendum scaturisse una fase di incertezza politica, non si può escludere che questo finisca per generare nervosismo sui mercati finanziari. L’aumento dei rendimenti e degli spread sui titoli di Stato italiani e le sedute con prevalente avversione al rischio delle settimane precedenti alla data del voto sono connessi “alla preoccupazione dei mercati sui possibili risultati del referendum”, ha fatto notare il vicepresidente della BCE Vitor Constancio.
Per le dimensioni del debito pubblico e per il ruolo che riveste in questa fase all’interno dello scacchiere europeo (soprattutto in merito alla battaglia anti-austerity), l’Italia resta un osservato speciale. Per questo non si può escludere che il risultato elettorale sarà in grado di condizionare l’andamento dei mercati, anche a livello europeo. Il referendum sembra rappresentare un rischio sistemico all’interno dell’Unione europea, soprattutto dopo l’esito della Brexit. Le aziende con una maggiore capitalizzazione saranno più esposte a prese di profitto da parte degli investitori pronti a speculare su un risultato negativo.
Ma come è già successo per la vittoria di Donald Trump negli Usa, i mercati potrebbero adattarsi alla nuova realtà senza particolari shock. L’ipotesi più plausibile nel caso della vittoria del No, come auspicato a sorpresa in un editoriale dell’Economist, è che si costituisca un governo tecnico che faccia le riforme necessarie per il Paese.

 
Banche
La Banca Centrale Europea è preoccupata per le conseguenze di un possibile esito negativo della consultazione sulle banche. Ma da Francoforte sono arrivate anche delle rassicurazioni sulla tenuta delle banche italiane, tradizionalmente capaci di adattarsi a circostanze sfavorevoli e superarle. A ridosso dell’appuntamento, però, sono previste importanti ricapitalizzazioni bancarie.  L’indebolimento del governo potrebbe essere il pretesto utile a molti investitori per sfilarsi dalla delicata partita della banche italiane. A partire dall’aumento di capitale del Monte dei Paschi di Siena, approvato da poco, che dovrebbe avvenire esattamente a cavallo del 4 dicembre. Seguito poi da quello di Unicredit.
Se l’esito del referendum dovesse rendere complicate queste operazioni, si potrebbe generare un effetto contagio anche in Europa. La stessa Goldman Sachs ha sottolineato i rischi per il sistema bancario italiano legati. Secondo il Financial Times, se vince il No, gli otto istituti di credito italiani con più problemi rischiano di fallire. I nomi fatti dall’FT sono: Monte dei Paschi di Siena, la Popolare di Vicenza, Carige, Banca Etruria, CariChieti, Banca delle Marche e CariFerrara.
 
Euro
Wollfgang Munchau, condirettore del Financial Times, ha scritto che se dovesse vincere il “no” si arriverebbe a una implosione dell’Euro. Con l’Italia in prima fila tra le nazioni che abbandoneranno la moneta unica sull’onda dei populismi. Anche secondo il Wall Street Journal un eventuale esito negativo della consultazione porterebbe a una caduta dei titoli bancari italiani e a un indebolimento dell’euro.
 
Recessione
Il referendum italiano costituisce “un rischio materiale per le previsioni di crescita” dell’Italia. È quanto ha scritto Goldman Sachs nel suo Outlook sull’Europa. Secondo Confindustria, con il No l’Italia ripiomberebbe in recessione, perdendo sei punti di Pil, 600mila posti di lavoro e miliardi di investimenti.
 
Populismi
Gli analisti di Mediobanca si sono spinti a dire che l’unica preoccupazione per gli investitori dovrebbe esser la legge elettorale che rischia di essere un assist per i populismi nostrani, contrari alle altre riforme strutturali, che ai mercati interessano molto di più. «A prescindere dai risultati, ci aspettiamo che emerga un secondo governo Renzi che cambierà l’Italicum, legge elettorale disegnata per sostenere il premier, ma che ha finito per agevolare il Movimento 5 stelle, per traghettare l’Italia verso nuove elezioni nel 2018», scrivono da Mediobanca.
Ma anche nel caso di una vittoria del No, considerata come il peggior scenario dagli investitori, ci sarebbero due elementi positivi per il mercato, dicono: un forte incentivo per il premier Renzi a mettere mano alla legge elettorale; e la certezza dell’assenza di elezioni politiche nel breve termine. Il Capo dello Stato infatti sarebbe chiamato a formare un governo provvisorio che armonizzi i parametri del voto tra le due Camere parlamentari.