Nel mondo si sono creati due schieramenti: quello a favore del TTIP e quello che invece non lo vuole. Parliamo del Trattato di libero scambio tra Stati Uniti ed Europa. Secondo alcuni porterebbe Stati Uniti ed Europa a piegarsi alle regole del libero scambio favorevoli alle grandi aziende. Secondo altri faciliterebbe invece i rapporti commerciali, favorendo le opportunità economiche, e facendo aumentare esportazioni e occupazione.
Il trattato è ancora in fase di discussione, e con l’elezione di Donald Trump negli Usa la sua approvazione è ancora in bilico, visto che il neo presidente eletto è portatore di idee protezionistiche. Ma di cosa stiamo parlando? Ecco un piccolo dizionario per capirci qualcosa in più.
 
TTIP
Partiamo dall’acronimo: TTIP sta per Transatlantic Trade and Investment Partnership. In Italiano: Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti. È un accordo commerciale di libero scambio in corso di negoziazione tra l’Unione europea e gli Stati Uniti che punta a integrare i due mercati attraverso l’abbattimento delle barriere economiche e quelle non tariffarie. All’inizio veniva chiamato TAFTA, da area transatlantica di libero scambio, riprendendo l’acronimo di altri simili trattati come il NAFTA
 
78 Stati
Il trattato coinvolge i 50 Stati degli Stati Uniti d’America e i 28 dell’Unione europea, per un totale di circa 820 milioni di cittadini. Da soli, Usa e Ue producono il 45% del Pil mondiale. Per cui il trattato avrà un impatto importante sull’economia globale.

Segretezza
I negoziati sul TTIP sono stati avviati nel giugno del 2013 dal presidente americano Barack Obama e dal presidente della Commissione Ue José Barroso. I negoziati dovevano concludersi nel 2015, ma nel corso del tempo sono emerse diverse criticità. Si tratta di negoziati segreti accessibili solo ai gruppi tecnici, al governo Usa e alla Commissione europea. La segretezza è uno dei punti che viene contestato da movimenti e associazioni che si oppongono al TTIP. Una volta che Usa e Ue raggiungeranno un accorso su un documento condiviso, il TTIP dovrà poi essere sottoposto al Parlamento europeo, e poi ai 28 Stati membri, che avrebbero facoltà di bloccarlo. 
 
Libero scambio
Il trattato prevede l’eliminazione di tutti i dazi sugli scambi bilaterali di merci con lo scopo di raggiungere l’eliminazione delle tariffe. La liberalizzazione riguarda anche i servizi e gli appalti pubblici. Aziende europee potranno partecipare alle gare d’appalto americane e viceversa. Sono previste nel trattato misure antidumping e di salvaguardia.
 
Ostacoli non tariffari
L’obiettivo del trattato è eliminare gli ostacoli agli scambi e agli investimenti, compresi quelli non tariffari. Si tratta ad esempio dei limiti quantitativi massimi fissati sulle importazioni di certi beni o delle barriere normative. I critici, ad esempio, citano la norma americana che permette di somministrare ai bovini sostanze ormonali, mentre nell’Ue è vietato. Questa è una barriera non tariffaria. Il trattato punta a una “compatibilità normativa” tra le due sponde dell’Atlantico.

Sicurezza alimentare
Il timore dei critici del TTIP è che l’abbattimento delle barriere apra le porte ai prodotti Usa finora vietati in Europa, dalle verdure Ogm alla carne con gli ormoni. La legislazione sugli alimenti negli Usa è meno stringente, e il timore è che si possa andare incontro a un abbassamento degli standard igienici e sanitari e alla rinuncia della etichettatura e tracciabilità dei prodotti.
 
Made in Italy
Secondo il fronte favorevole, il TTIP offrirebbe una opportunità per l’export verso gli Usa anche per i Paesi che hanno produzioni di qualità in settori di nicchia come l’Italia: dalla moda ai gioielli, il cibo e il design. Per il fronte del no, invece, l’apertura delle frontiere e l’armonizzazione delle legislature penalizzerebbe invece i prodotti di qualità come quelli italiani che si vedrebbero schiacciati dal peso delle grandi multinazionali. Secondo il centro di ricerche austriaco OFSE, nel caso dell’Italia, delle 210mila imprese che esportano le prime dieci detengono il 72% del volume totale, e dunque beneficerebbero maggiormente del trattato. Le altre soffrirebbero trovandosi a fare i conti con l’invasione dei prodotti made in Usa.

Clausola ISDS
Una delle questioni più controverse è la clausola Investor-State Dispute Settlment. Prevede la possibilità per gli investitori di ricorrere a tribunali terzi in caso di violazione, da parte dello Stato destinatario dell’investimento estero, delle norme di diritto internazionale in materia di investimenti. Una grande azienda statunitense potrebbe ad esempio citare in giudizio un Paese europeo denunciano un’irregolarità. Secondo i critici, questo potrebbe favorire l’opposizione alle politiche ambientali, sanitarie e di regolamentazione della finanza dei singoli Paesi, aiutando così le multinazionali rispetto alle piccole imprese.