La Brexit è stata uno shock. Ma prima di farci prendere dal panico, come hanno fatto le Borse, è meglio capirci qualcosa in più. Dopo le dimissioni di David Cameron seguite al voto, il Regno Unito ha una nuova premier, Theresa May. Sarà lei ora a dover gestire i negoziati per un’uscita quanto più indolore dall’Europa, cercando di garantire stabilità all’economia britannica. È stato scritto molto e si continua a scrivere su quello che potrebbe accadere con l’uscita della Gran Bretagna dall’Europa. E spesso si usano termini e acronimi poco conosciuti al grande pubblico. Parola per parola, quindi, cerchiamo di capire qualcosa in più sulla Brexit e le possibili conseguenze economiche del voto del referendum inglese. Da A di Articolo 50 alla U di Ukip.
 
1. Articolo 50
L’uscita dall’Unione europea è un diritto di ogni Stato membro. Nessuno Stato, prima della Gran Bretagna, era uscito dall’Ue tramite un referendum nazionale. Secondo il trattato di Lisbona, ai sensi dell’articolo 50 del trattato sull’Unione Europea, uno Stato membro può notificare al Consiglio europeo l’intenzione di staccarsi dall’Unione. Il ritiro sarà negoziato tramite un accordo tra l’Ue e lo Stato. È quello che dovrà fare Theresa May, appellandosi appunto all’articolo 50.
 
2. Bank of England (BoE)
È la banca centrale del Regno Unito. L’attuale governatore è Mark Carney. Come tutte le banche centrali ha il ruolo di promuovere e mantenere la stabilità monetaria e finanziaria nel Regno Unito. Per questo motivo tutti gli occhi sono concentrati sulle decisioni della BoE. Nel primo Financial Stability Report dopo il voto del 23 giugno, la BoE prevedeva volatilità economica e sui mercati e si diceva pronta a un programma che prevede maggiore disponibilità di capitale e cuscinetti di liquidità. Un Quantitative Easing, in salsa inglese. Il 14 luglio, però, nella prima riunione post Brexit, la Bank of England ha deciso, contrariamente alle attese di un taglio, di lasciare i tassi invariati allo 0,5 per cento. Il programma di Quantitative Easing è rimasto immutato al 375 miliardi di sterline. Ma si tratterebbe solo di un rinvio. «La maggior parte dei membri del comitato prevede che la politica monetaria sarà allentata il mese prossimo», si legge nel comunicato finale della BoE.
 
3. Brexit
Dopo Grexit, i dizionari hanno assimilato anche il neologismo Brexit. Quando si cominciò a parlare del referendum inglese sull’uscita dall’Unione Europea, nel 2012 The Economist usò in realtà il termine Brixit. Solo più tardi comparve Brexit, una crasi di British exit, che in italiano si trova declinata sia al maschile sia al femminile. Nel referendum del 23 giugno 2016, il Leave (cioè il voto favorevole all’uscita dall’Ue) ha vinto attestandosi al 52%, con quasi un milione di voti di vantaggio rispetto al Remain (cioè il voto favorevole a restare nell’Ue).
 
4. EFTA
Cosa faranno gli inglesi dopo la Brexit? Oltre all’adesione individuale – e non più come membro Ue – all’Organizzazione mondiale del commercio, il Regno Unito potrebbe inserirsi negli accordi di libero scambio su scala europea. Per prima cosa Londra potrebbe tornare nell’EFTA (European Free Trade Association) insieme agli altri quattro Paesi dell’associazione: Svizzera, Norvegia, Liechtenstein e Islanda. E poi, successivamente, per creare una relazione con i Paesi Ue, potrebbe aderire anche all’accordo Ue-Efta sullo Spazio Economico Europeo (SEE). O addirittura stipulare un accordo ad hoc, come ha fatto la Svizzera.
 
5. Ftse100
È l’indice azionario delle cento società più capitalizzate quotate al London Stock Exchange. In seguito alla Brexit, tutti gli indici hanno registrato perdite importanti, ma sono poi riusciti a recuperare e a effettuare un rimbalzo. Il Ftse100 è un indice molto diversificato, che va dalle compagnie minerarie, che dopo la Brexit hanno beneficiato di un forte rialzo a causa dell’incertezza generale che ha portato a investire nei cosiddetti beni rifugio, ai titoli delle banche, che sono stati invece tra i titoli peggiori.
 
6. Incertezza
È stata la parola più usata per descrivere il clima politico ed economico dopo il voto britannico. L’incertezza si traduce dunque nella volatilità dei mercati, portando gli investitori a mettere in atto una serie di misure difensive. A partire dalla focalizzazione sugli investimenti a bassa volatilità e sui beni rifugio, come oro e diamanti.
 
7. Opt-out
È un’espressione usata nel contesto dell’Unione Europea per indicare la rinuncia di un Paese ad adottare una regola decisa dall’unione stessa. Il Regno Unito ha optato per un opt-out sugli accordi di Schengen. Inoltre durante il Trattato di Maastricht i britannici si sono garantiti l’opt-out di adesione all’euro. Gli altri due opt-out ottenuti dal Regno Unito riguardano la possibilità della Corte di giustizia della Comunità europea di chiamare in giudizio lo Stato sulla base della Carta dei diritti e l’esclusione dalle decisioni sugli affari interni dell’Unione.
 
8. Protezionismo
Dopo il voto favorevole all’uscita del Regno Unito dall’Ue, si è tornato molto a parlare di protezionismo, ossia una politica economica contraria al libero scambio, focalizzata sulle attività produttive nazionali. La protezione dell’economia nazionale è stato uno dei cavalli di battaglia dei politici e dei partiti che hanno appoggiato il “Leave”. Dopo la Brexit, la Gran Bretagna potrebbe muoversi verso la via del protezionismo. Ma non è solo un problema britannico: la Commissione europea ha calcolato che dal 2008 a oggi a livello mondiale sono state introdotte nuove misure protezionistiche.
 
9. Sterlina debole
Dopo il voto sulla Brexit la moneta britannica ha perso valore. Al 1 luglio la sterlina aveva ceduto il 10% nei confronti del dollaro e l’8% sull’euro. Una sterlina più debole significa che i prodotti inglesi per noi costeranno meno, mentre per gli inglesi sarà più caro spostarsi fuori dal Paese e comprare beni prodotti altrove. Per le aziende che esportano è un vantaggio, perché per via del cambio i loro prodotti diventano più convenienti e competitivi. Ma la moneta più debole riduce le importazioni. E quindi potrebbe ridurre anche la vendita dei prodotti italiani in Gran Bretagna. Dopo la decisione della Bank of England del 14 luglio di lasciare i tassi invariati, la sterlina ha guadagnato subito terreno fino a raggiungere 1,3475 sul dollaro, il livello più alto dal 30 giugno.
 
10. Ukip
Lo United Kingdom Independence Party, il Partito per l’indipendenza del Regno Unito, è un partito britannico euroscettico fondato da un gruppo di secessionisti del Partito Conservatore. Il principale obiettivo dello Ukip è il ritiro del Regno Unito dall’Unione europea. Non a caso, è stato il principale partito sostenitore del “Leave”. Il leader del partito, Nigel Farage, dopo il referendum si è dimesso.