Inflazione-deflazione. Deflazione-inflazione. E poi? Di nuovo. Inflazione-deflazione e così via. La lancetta dell’indice dei prezzi al consumo dell’Europa negli ultimi mesi ha continuato a danzare sopra e sotto lo zero, seppure con variazioni minime. Un segno che la crescita robusta e strutturale a livello continentale non c’è ancora e infatti la BCE guidata da Mario Draghi ha messo in campo il Quantitative Easing proprio per riportare l’inflazione al suo livello ottimale: appena sotto il 2%.

Un meccanismo simile venne attivato dal premier giapponese Shinzo Abe nel 2013, la cosiddetta Abenomics. Ma perché i banchieri centrali inseguono l’inflazione, dopo che per anni è stata considerata (soprattutto dai tedeschi, che ricordano ancora le carriole di marchi per comprare il pane nell’immediato dopoguerra) uno dei peggiori nemici di una sana crescita economica?
                                      
Tutto è relativo
Come la maggior parte delle tendenze, se generata dalle cause corrette e se mantenuta sotto controllo, l’inflazione è una cosa positiva: i prezzi crescono perché cresce il Pil, quindi si registra un’espansione economica e anche gli stipendi dovrebbero aumentare di conseguenza, evitando che le famiglie perdano potere d’acquisto. Questa inflazione spinge la crescita e in genere lo fa anche grazie alle politiche monetarie delle banche centrali che iniettano liquidità nel sistema.
 
Bisogna però maneggiare con cura questi strumenti: se l’inflazione raggiunge vette troppo elevate,
come accaduto per esempio in Brasile lo scorso anno, la banca centrale di riferimento è obbligata ad alzare i tassi per “raffreddare” questo trend. Altrimenti rischia di gettare il paese nella stagflazione, ovvero in un momento nel quale l’alta inflazione si combina con la stagnazione.
 
Una crescita soltanto apparente
Quella che invece viene definita cattiva inflazione è quell’aumento che maschera la crescita, ma che in realtà non la supporta. Ne è un esempio il caso in cui i prezzi aumentano perché la domanda supera l’offerta: la quantità di beni e servizi presente sul mercato diminuisce e di conseguenza il loro prezzo lievita. Qui però siamo in presenza di uno squilibrio e non di una spinta positiva, che può arrecare gravi danni al sistema economico se le autorità non intervengono per ribilanciarlo.