VIX: tre lettere che rappresentano il Chicago Board Options Echange Volatilty Index e scattano un'immagine della volatilità attesa.

 
In questo caso, però, non si tratta della variazione media del prezzo del sottostante ma di quello delle opzioni, a 30 giorni dalla loro scadenza. Il primo rappresenta l'incertezza sui movimenti di prezzo; il secondo misura quanto si è disposti a pagare per esercitare una scelta futura. Non è una differenza da poco, ma le due misure sono comunque strettamente collegate.
 
Se i mercati si attendono una volatilità sostenuta, il prezzo delle opzioni salirà perché la possibilità di chiudere un'operazione (se redditizia) o abbandonarla (se non si rivelerà conveniente) acquisirà più valore.
 
Le opzioni scommettono sul domani: il VIX rappresenta quindi un riferimento della volatilità futura attesa dallo S&P500. Osservando l'andamento dei due indici, risulta chiaro che a un aumentare del primo corrisponde un trend ribassista del secondo. In altre parole: la volatilità attesa crea timore o (nel migliore dei casi) cautela. Ecco perché il VIX si è guadagnato il nome di “indice della paura”.
 
Nonostante il nome non ispiri simpatia, si tratta di uno strumento molto utile, capace di tenere il polso dei mercati in base alla cosa più importante: quello che accadrà.    
 
Quanta paura c'è stata sui mercati nelle ultime settimane? A fine agosto, l'indice VIX ha avuto un balzo che non si vedeva da tempo: +134% rispetto all'inizio del mese. L'impennata è imputabile alle attese di un rialzo dei tassi da parte della FED e alla prospettiva di un rallentamento cinese. 
 
I dubbi sulla crescita del Dragone restano, ma Janet Yellen non si è ancora mossa. Ecco perché settembre e ottobre sono stati due mesi di calma, con l'indice VIX calato quasi del 50%.