Sono come una pompa di benzina che non smette mai di iniettare capitali nei mercati. Poco importa se la fase è in salita o in discesa. Sono ormai considerati alla stregua di investitori istituzionali, anche se sono molto meno trasparenti, e hanno un’arma: possono scegliere se acquistare o vendere quando preferiscono, non soltanto quando sono forzati dagli avvenimenti. Questi soggetti sono i Fondi sovrani, speciali veicoli controllati dai governi e creati per investire in asset di vario genere: fondi, azioni, bond, commodity, immobili e strumenti finanziari di altro tipo.

Chi sono i Fondi sovrani         
In genere i Paesi che si possono permettere di istituire un Fondo sovrano sono quelli con grandi surplus fiscali provenienti dalla vendita di materie prime o da un saldo commerciale positivo tra export e import. Ma possono anche possedere ingenti riserve in valuta estera e volerla fare fruttare. Per questo motivo, si tratta soprattutto di quegli Stati che esportano petrolio come il Qatar, la Norvegia, gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita, oppure di un gigante come la Cina.
 
Il ruolo di stabilizzatori emerge soprattutto durante le crisi
Chi decide le strategie di un Fondo sovrano ha le risorse e il tempo per ragionare sul lungo termine e si può permettere anche di affrontare un rischio elevato. Ciò li rende investitori anticiclici, perché possono acquistare asset in un mercato in discesa e con bassa liquidità, attendendo che i prezzi e la liquidità stessa ritornino a crescere. Un vantaggio strategico notevole, ma anche una fonte di stabilizzazione per i mercati di tutto il mondo, che vedranno comunque girare capitali anche nei momenti di maggiore difficoltà, come per esempio durante le crisi finanziarie.
 
Investimenti in frenata, ma continueranno a crescere
In termini patrimoniali i Fondi sovrani sono cresciuti con regolarità negli ultimi anni: nel 1995 quelli esistenti gestivano asset per 500 miliardi di dollari, nel 2013 sono arrivati a 6.300 miliardi. Ora il ritmo di questa progressione è rallentato a causa soprattutto dei bassi prezzi delle materie prime e del ridimensionamento dei fondi messi a disposizione dai governi per gli investimenti. Eppure gli analisti prevedono che per la fine del prossimo anno toccheranno quota 10.000 miliardi di dollari.
Ora questi veicoli si stanno adoperando per aumentare la diversificazione dei propri portafogli: se fino a questo momento puntavano soprattutto sulle economie avanzate, ora invece sembrano attratti dai Paesi in via di sviluppo. Perché un’eccessiva correlazione non è mai una tattica particolarmente proficua.