In Italia i fondi indicizzati passivi non sono ancora molto diffusi, ma rappresentano un interessante strumento di diversificazione per offrire ai risparmiatori un’alternativa in più. Questi fondi hanno due caratteristiche principali: replicano un indice sottostante e di conseguenza, come dice il nome stesso, sono passivi. Ciò significa che non daranno mai risultati straordinari, ma sono affidabili e se costruiti bene hanno un basso indice di rischio. Oltre ad avere costi molto bassi.
 
I bassi costi di gestione

Quando un gestore compone un fondo indicizzato passivo il suo obiettivo è avere un portafoglio il più possibile simile al benchmark scelto: in questo modo l’andamento del fondo sarà in linea con quello del mercato di riferimento. La costruzione di questo portafoglio di titoli deve essere fatto con attenzione: è necessario pesare ogni asset per avere le stesse percentuali presenti nel sottostante.
Per questo motivo si dice passivo: perché, una volta creato, non richiede una gestione particolarmente complicata. È sufficiente apportare modifiche periodiche alla composizione del fondo nel caso in cui il benchmark (o alcuni dei singoli titoli presenti in esso) abbia subìto importanti cambiamenti. Le commissioni di gestione sono quindi molto più basse rispetto a quelle dei fondi a gestione attiva. Una buona notizia per l’investitore. Non lo è però per le banche, che non sono particolarmente stimolate a offrire ai clienti degli strumenti con margini così bassi.
 
Le differenze con gli Etf

Negli Stati Uniti i fondi indicizzati passivi esistono da oltre 40 anni e sono nati prima dei più conosciuti ETF. I metodi di investimento sono simili, ma possiamo vedere due principali differenze tra questi due tipi di fondi. Gli Etf, a differenza dei fondi indicizzati passivi, permettono di fare trading perché sono quotati in Borsa in tempo reale. In questo senso, possono essere visti come una normale azione, dal momento che il valore di compravendita è quello determinato in un dato momento in Borsa. Invece il controvalore dei fondi indicizzati passivi, come accade per i fondi comuni, è quello che ogni società di gestione fissa alla fine di ogni giornata di contrattazione, quando assegna un valore al fondo calcolandolo sull’andamento degli asset che compongono il portafoglio.

La seconda differenza sta nelle commissioni di gestione. In entrambi i casi si tratta di spese molto basse, essendo tutte e due delle gestioni di carattere passivo. Ma nel caso dei fondi indicizzati passivi sono ancora minori rispetto agli Etf, perché non sono previste commissioni quando si tratta di comprare o vendere titoli. Un risparmio da non sottovalutare.