La “finanza comportamentale” è lo studio del comportamento degli operatori sui mercati finanziari che si focalizza proprio sull’analisi dei fattori psicologici e relazionali alla base dei processi decisionali.
Una disciplina che si allontana dalla teoria tradizionale della scelta razionale dell’homo economicus, per spiegare invece i fenomeni non razionali che guidano le decisioni degli investitori. Tra le variabili individuate in grado di influenzare le decisioni, ci sono le esperienze passate, il formato di presentazione delle informazioni, le credenze
 
La disciplina si sviluppa a partire dagli anni Cinquanta. Ma il salto si deve a due professori di psicologia, Amos Tversky e Daniel Kahneman, che nel 1979 pubblicarono un articolo dal titolo Prospect Theory: Decision Making Under Risk, in cui venivano impiegate tecniche di psicologia cognitiva per spiegare le anomalie del processo decisionale economico razionale.
 
Oggi la finanza comportamentale rappresenta una guida alla comprensione degli errori cognitivi ed emozionali commessi dagli investitori. Due di questi errori sono particolarmente rilevanti in fase di acquisizione delle informazioni: l’iperottimismo e l’eccessiva sicurezza. Nella fase decisionale, invece, gli errori tipici sono quello di attribuzione e quello del “senno di poi”, che può verificarsi quando si ritiene l’esito di un evento già prevedibile al momento della decisione.
 
Anche le emozioni hanno un peso: il “rimpianto” per una scelta sbagliata fatta in passato, ad esempio, può condizionare gli individui, rendendoli incapaci di fare altre scelte o portandoli a prendere decisioni omologate per paura di sbagliare. Cosa che può portare alla perdita di opportunità d’investimento.
Tramite la tipizzazione degli errori, i consulenti cercano quindi di limitare le conseguenze negative delle variabili non razionali che agiscono all’interno dei processi decisionali.